Riflessioni sulla summer school Life After Growth
Può esistere la vita dopo la crescita? Che ruolo hanno i commons nel definire le nostre vicende collettive in armonia con la condizione umana e planetaria? Si può riscoprire l’utopia in tempi di crisi e smarrimento? Queste sono alcune delle domande su cui ho riflettuto durante la summer school Life After Growth a cui ho partecipato dal 21 al 24 settembre. La summer school è co-organizzata dal P2P Lab della Tallinn University of Technology, dal Post-Growth Innovation Lab dell’Università di Vigo, dal Dipartimento di Politiche Sociali della Democritus University of Thrace e dall’Università del Queensland.
La scuola si è svolta a Kalentzi (Grecia), luogo estremamente interessante per il suo ecosistema cooperativo in crescita, che comprende iniziative come Tzoumakers, un makerspace rurale; Nea Guinea (Scuola della Terra), dedicata a stili di vita sostenibili; High Mountains, una cooperativa agricola sociale; Boulouki, un collettivo di costruttori vernacolari impegnato nella salvaguardia delle tecniche tradizionali di costruzione; e Habibi.Works, un makerspace interculturale ed educativo a sostegno di rifugiati. Conoscere questa rete di collettivi che operano sul territorio è stato fondamentale per concretizzare e sperimentare i contenuti teorici della scuola. Le partecipanti erano un mix di accademiche in diverse fasi della loro vita, attiviste, militanti e persone coinvolte in diversi ambiti della post-crescita in diversi luoghi del mondo. Questa diversità ha apportato una ricchezza di prospettive unica e necessaria per disimparare e co-imparare.
Il primo giorno è cominciato proprio con un esercizio per situarci nel tempo e nello spazio che abbiamo abitato per un breve periodo, riflettendo sulla nostra posizionalità e sulle nostre aspettative. Dopo aver riflettuto sulla policrisi in cui ci troviamo e di come essa è spesso presentata nei discorsi pubblici come una normale progressione del corso delle cose, abbiamo proceduto a parlare della privatizzazione dell’utopia, dell’utopia come metodo e dell’utopia come contratto sociale. Molte contro-pratiche sono in modo implicito o esplicito motivate dall’utopia. L’utopia, quindi, non è un luogo perfetto senza conflitti, ma un processo che apre al possibile, sfidando lo status quo e interrogando il significato stesso dell’esistenza. Ciò che alimenta l’utopia non è tanto la filosofia quanto l’esperienza del possibile: se la società appare paralizzata e senza alternative, l’utopia si spegne (Jameson, 2007).

Nei giorni successivi abbiamo conosciuto le iniziative presenti sul territorio, come Tzoumakers, un makerspace in cui la comunità progetta e realizza in modo cooperativo strumenti per la produzione agricola su piccola scala. Molte iniziative mirano a ripopolare aree rurali mantenendo un equilibrio con il sistema socio-ecologico locale. Queste pratiche rendono visibile ciò che Gibson-Graham (2006) definisce una “politica della possibilità”. La prima consapevolezza di una politica della possibilità è che il mondo non è governato da qualche forza astratta, sovrana e totalizzante, ma è sempre in trasformazione e può essere modificato dalle decisioni delle persone come soggetti privati e collettivi. La specificità del luogo e delle attività pratiche e teoriche faceva riflettere sul cosmolocalismo e sulla necessità di abitare i luoghi e le teorie. Momenti di convivialità e discoperta reciproca, riflessioni su concetti teorici e attività nella natura si sono fuse in modo organico, portandoci a danzare musica greca sotto le stelle.

Attraverso una serie di incontri transdisciplinari, abbiamo cercato di ridefinire il modo in cui attribuiamo valore, ci prendiamo cura e nutriamo le relazioni sociali attraverso i commons, tra cui: la produzione di beni e la risposta ai bisogni sociali; l’organizzazione e il coordinamento di conoscenze, tecnologie, competenze e capacità; la riproduzione delle nostre vite e della natura; e il rapporto con le nostre emozioni, il corpo, il tempo, l’impegno e l’affettività. I commons hanno offerto un quadro trasversale capace di intrecciare prospettive diverse provenienti dalla teoria e dalla pratica.

Questa esperienza mi ha ricordato che, tra le crepe del presente, ci sono umani e non umani che stanno già costruendo piccole utopie, mostrando che oltre a guardare avanti possiamo anche guardarci intorno, riconoscendo gli ecosistemi che germogliano qui e ora. Del resto, anche se una società completamente alternativa può sembrare difficile da immaginare, come osserva Schmid (2019): “è chiaramente un’illusione pensare che la società possa continuare lungo la stessa traiettoria”.
Fonti citate
Gibson-Graham, J. K. (2006). A postcapitalist politics. U of Minnesota Press.
Jameson, F. (2007). Archaeologies of the future: The desire called utopia and other science fictions. Verso Books.
Schmid, B. (2019). Degrowth and postcapitalism: Transformative geographies beyond accumulation and growth. Geography Compass, 13(11), e12470.
Per avere più informazioni sulla summer school Life After Growth: https://www.postgrowth.life/summer-school/